giovedì 14 gennaio 2010

La Fermata nella Foresta

Stava ferma nella foresta, ferma ad aspettare. Era una serata piovosa ed i rami degli alberi si estendevano come grovigli, formando una sorta di tetto naturale che proteggeva, in parte, coloro che decidevano di addentrarsi nella folta boscaglia. Lei era lì, spostando il peso del corpo da un piede all'altro, infreddolita con l'aria che si condensava in vapore ad ogni respiro, coperta da un lungo mantello nero, probabilmente nemmeno della sua taglia, con un ampio cappuccio che le calava sul capo. Non era ben definita come forma, ma si comprendeva che fosse una donna.
Si trovava protetta al di sotto di una cupola eretta con antica arte, intrecci di viticci e rami filamentosi che tenevano stretti fra di loro sottili foglie dalle dubbie dimensioni reali, data la loro grandezza, alzandosi come pareti, lasciando come visuale aperta quella che dava sul sentiero nella foresta. I tre muri, pieni del loro splendore, si univano poi formando una cupola in alto che si illuminava delle più splendide gemme per ravvivarne i colori.
La ragazza aspettava da un tempo che le sembrava ormai interminabile, un tempo che le pesava sempre di più ad ogni goccia di pioggia che cadeva per terra. Da sotto il cappuccio occhi vispi dal colore del zaffiro si muovevano in piena frenesia, mostrando apertamente lo stato d'ansia di lei, assieme ad ogni suo altro movimento corporeo. Aveva voglia di cedere e di ritirarsi, ma da quella postazione non poteva muoversi, le rimaneva solo che aspettare e, ad ogni suo sbuffo, non poteva far altro che pensare al disagio che provava quella sera. Disagio provocato dalla stanchezza, dal sonno e dal terrore che quella foresta imprimeva sempre di più nella sua mente. Un battito di ciglia, un altro ancora, le sembrava sempre di ripetere le stesse cose, come a riviverle in eterno, rompendo la sua falsa quiete di tanto in tanto quando arrivava al suo orecchio uno strano rumore che la faceva sobbalzare. Impaurita scattava poi pronta ad osservare e, nel caso, anche ad attivare le gambe per scappare. Ogni volta, per sua fortuna, si trovava a doversi dar conto di essere una stupida, dato che erano solo i più normali versi di un qualche animali notturno, come poteva essere il cinguettio degli uccelli di giorno. Beh, peccato che vi siano molti predatori notturni.
Purtroppo il passaggio della carovana non era sicuro, ogni volta variava il suo tempo da una manciata di passi, fino ad arrivare al sole che compie metà del suo giro in cielo, un tempo a dir poco abominevole per chi si ritrovava poi da solo e spaesato in posti come quello. Iniziò perfino a contare le gocce che cadevano ad un certo punto, per disperazione, ma alla fine dovette smettere in quanto non riusciva a stare appresso a tutti quei rumori, che fossero su foglie, per terra o su quella stessa cupola che la proteggeva dall'acqua, al di là degli stessi alberi.
Finalmente, ad un certo punto, incominciò ad intravedersi una luce che proveniva dal fondo del sentiero.
"Era ora..." disse lei, con una voce ancora acerba e melodiosa, quella di una ragazzina.
Non c'era cavallo e nemmeno cocchiere, le carrozze erano mosse dal puro potere della magia, antica arte che un tempo si disperdeva nel suo utilizzo in ogni reame conosciuto; infatti, questi genere di trasporti gratuiti, risalgono in realtà a qualche secolo prima, per aiutare coloro che non potevano permettersi di muoversi con facilità, nessuna sicurezza, ma sempre un possibile utilizzo quando la fortuna ti assiste.
Nessun sorriso si delineava sulle labbra di lei, nonostante il suo arrivo, la tensione la portava a tenersi sempre sul chi va la. Quando fu abbastanza vicina, finalmente riuscì a scrutarne meglio le forme. Sembrava un cocchio, abbastanza grande per pochi passeggeri, forse massimo quattro o cinque. Non aveva nemmeno delle ruote per muoversi, fluttuava nell'aria volando, lo splendore emanato l'unico modo per riconoscerla anche al buio più tetro, dato che non c'era nessun rumore ad accompagnare il suo arrivo. La luce che emanava proveniva da una sorta di lanternino che penzolava dal lato dove, di norma, si dovrebbe trovare il cocchiere, figuro del tutto assente invece in questi servizi. Principalmente era in legno, di un marrone scuro e lucido che, sul tetto, andava a trasformarsi in un verde che dava come l'impressione di essere una grande foglia. Ai due lati c'erano le finestre coperte con dei tendaggi blu scuro. Solo quando il cocchio giunse di fronte a lei, prese un sospiro di sollievo abbassando il capo e socchiudendo gli occhi per pochi attimi, mentre si stringeva di più nel mantello augurandosi che, almeno lì dentro, avrebbe trovato riparo dal freddo. La piccola carrozza si fermò di fronte alla figura ammantata, le porte laterali si aprirono da sole e, sempre ad ogni lato, uno scaletto comparve per aiutare ai passeggeri a salire. Allungò il primo passo, ma lì poi si dovette fermare del tutto. La ragazzina alzò il capo e sgranò gli occhi quando si rese conto di cosa aveva sotto gli occhi. Un figuro alto la fissava dall'alto in basso da dentro al cocchio, coperto da un saio totalmente nero con un cappuccio che ne oscurava totalmente il volto. Le mani erano coperte da dei guanti d'arme, la cui destra stringeva forte una spada lunga dalla lama affilata e sporca, sporca di sangue che mai s'è riuscita a lavare.
"Finalmente ti ho trovata... Tikya..." erano le parole dello strano individuo, dette in un tono lascivo ed anche al quanto gutturale, seguite da un ghigno malefico che, nel silenzio della notte, sembrava fondersi con il rumore della pioggia che continuava a cadere imperterrita.
La ragazza fece un passo in dietro quando sentì pronunciare il proprio nome, poi deglutì, ma a secco, dato che aveva la gola arida più che mai. Se prima vi era paura ed agitazione nel cuore di lei, adesso avvampava paura e terrore. Il silenzio piombò in quell'istante preciso ove la mente si era svuotata di tutto il resto. Dapprima gambe tremanti, dopo l'inizio di una forsennata corsa per la vita. Il mantello si aprì mostrando le forme acerbe di lei, una semplice maglia a coprirle il busto e le gambe con una cintura alla vita che le reggeva una coppia di pugnali ed il pantalone stretto, in pelle marrone, che cadeva in un paio di stivali appena più scuri. Anche il cappuccio, a causa della velocità, finì col cascare all'indietro mostrando così il volto di lei, pieno delle sue gote rosee ed un taglio di naso molto piccolo, con una folta chioma bionda che era tenuta al momento in una crocchia.
Il figuro nero scese dalla carrozza che partì immediatamente, come se nulla fosse successo, lasciando così i due nella solitudine della foresta, in preda al loro rincorrersi. Tikya correva col fiatone ed il cuore che le batteva a mille, come tamburi di guerra che stavano lì lì per romperle il petto ed uscire di fuori, quasi fosse il nuovo sottofondo di quella notte, con la bocca aperta dal quale usciva aria condensata in vapore a causa del freddo. Corsa, corsa contro il tempo e contro il destino. L'altro invece, ancora senza nome e senza volto, percorreva il tragitto con estrema facilità, senza che il suo scuro saio ed il cappuccio venissero infastiditi dall'aria che gli sferzava contro, quasi come se non fosse vivo, come se non sentisse fatica. Per un attimo la ragazzina ebbe l'impressione che quell'uomo, se davvero di un uomo si trattava, non poggiava nemmeno i piedi per terra per correre, come se fluttuasse nell'aria che lo sorreggeva spontaneamente. Da quel momento non osò nemmeno più guardare in dietro, doveva solo pensare a fuggire, il più lontano possibile, a prendere quanta più distanza poteva per permettersi così di pensare a come sfuggire da quelle malefiche grinfie. Nella fredda notte, calore divampava in lei a causa dello sforzo che stava compiendo, attaccata alla vita, attaccata ad ogni possibile barlume di speranza. Socchiuse gli occhi, solo per un unico istante, ma fu abbastanza per farle perdere l'equilibrio, cadendo così rovinosamente a terra.
"Sono morta..." esalò in un sospiro.
Restava ferma lì per terra, ormai lasciandosi del tutto andare, sicura di ciò che sarebbe accaduto da lì a pochi attimi. Lacrime iniziarono a solcare il viso di lei pensando al suo fallimento. I secondi sembravano secoli, il fango ricopriva gran parte delle sue vesti, la tensione che era salita ad un livello insopportabile, all'improvviso sparì del tutto. Tikya aprì gli occhi di scatto, poi alzò lo sguardo. Di fronte a lei non c'era nessuno. Si guardò poi le spalle. Ancora nessuno. A quel punto si alzò in piedi, la pioggia era cessata ed ogni cosa era caduta in un silenzio praticamente surreale. Socchiuse gli occhi prendendo un sospiro di sollievo, non riusciva a crederci, ma del nero non c'era la benché minima traccia, come se fosse sparito improvvisamente nel nulla. Aveva perso la carrozza ormai, ma nella sua mente la possibilità di stare lì ancora ore ad aspettare non si delineava minimamente. Abbassò lo sguardo ed iniziò a pulirsi i vestiti, ma il fango era veramente troppo. Si passò prima le mani sul volto e, quando le tolse, sentì un respiro ancora più gelido dell'aria della notte poggiarsi sul suo volto. Di nuovo panico, di nuovo paura, di nuovo il sentore di morte. Il tempo giusto di alzare lo sguardo e...
"Pensavi davvero di sfuggirmi?" le ultime parole.
Il figuro dal saio nero scendeva dal cielo, come se avesse volato, lasciando compiere alla sua lama un arco orizzontale all'altezza del collo della ragazzina, recidendolo come si coglie un fiore in primavera, appena sbocciato. Nemmeno la forza di urlare, di pensare, ma il dolore era percepibile. Nelle tenebre della notte, poi, un volo di pipistrelli che scese attorniando la figura.
"Ed anche questa è fatta..." prima della scesa del silenzio, tetre e lugubri sillabe pronunciate lascive. La foresta tornò al suo corso naturale, quell'individuo scomparì nel nulla, come fondendosi nel mucchio dello sciame, lasciando il corpo di una ragazzina, sanguinante, per terra, con la testa deformata in un urlo straziante che si trovava a pochi metri di distanza.